E’ stata dura, una vera battaglia.
Pietre e spade di legno, anche una lancia è comparsa verso la fine, un bel po’ di sangue e tante parolacce. Due bande di strada come ogni pomeriggio si sono affrontate.
Pomeriggio d’estate, niente mare, le vacanze sono per i signori, per noi c’è solo il cortile sotto le grida dei rondoni e il sole terribile insopportabile per tutti, ma non per le nostre due bande.
Dieci dodici in tutto, veri teppisti come sanno essere teppisti i bambini a sette otto anni.
Un rito lungo una stagione, preparato negli ultimi giorni di scuola. I figli e nipoti dei contadini a menare i figli ed i nipoti dei signori e viceversa.
Preparato da accordi sulle armi, sull’orario, sul massimo del danno ammesso. Niente coltelli e vetri, sono ammesse le canne non troppo lunghe e solo se non appuntite, ci vediamo dopo le tre e massimo fino alle cinque, la domenica no c’è la messa e la roba buona.
A tre feriti ci fermiamo, una ferita all’occhio vale per tre e fermi tutti. Per le pietre non c’è limite, le fionde vanno bene.
Non si piange, chi piange è una mezza femmina e non può partecipare per una settimana. Sono anche vietate le frecce con le stecche degli ombrelli, si possono usare solo contro gli altri rioni, mai negli scontri tra le strade.
Questi gli accordi e si rispettano.
I cortili di via Gattini contro via Piave, via Santo Stefano contro via Pentasuglia, le Fornaci contro via Annunziatella e tutti contro Serra Venerdì, contro Bottiglione e Piccianello.
C’era da scontrarsi ogni giorno. Le battaglie contro i rioni erano roba seria con molte decine di bambini e qualche ragazzo grande; spesso in trasferta con i rientri che erano pericolosi per gli agguati ed i genitori che ti beccavano per strada ed ancora botte sulle ferite che già ci avevi.
Se poi oltre ai genitori ci sono i nonni, venti zii e sei tra fratelli e sorelle più grandi, allora ti beccano quasi sempre.
Riesci ad evitare le pietrate in testa, quel colpo di bastone sul fianco non te ne sei quasi accorto, hai menato uno che forse è tuo cugino e gli hai fatto uscire il sangue dal naso; adesso però ti prendi un sacco di botte da suo padre, tuo zio, che non così non vale. Ma non basta, perché lo zio fa la spia, si arrabbia con i nonni che non ti sanno tenere e che ti debbono mandare in collegio, dai preti, che sei un delinquente.
Ma guardasse a suo figlio che ha tirato due bottiglie di vetro e che scappa sempre per primo, altro che collegio. Per una settimana non si può uscire. Coprifuoco.
Dalle due alle cinque in casa, chiuso con la nonna che deve riposare e non si fiata; se ti muovi: mazzate, mazzate con la scopa, dalla parte del manico. Meno male che c’ho tre giornalini del Grande Blek e due Capitan Miki! Una settimana a fare il bravo serve a mangiare di più, a farsi volere bene, a farsi viziare.
Studia un po’ anche se è vacanza che poi te li ritrovi fatti quei compiti e la suora sarà contenta; leggiti un libro serio e non quelle porcherie dei giornaletti da guerra, ecco leggi “la via Pall”.
I ragazzi della via Paal, lo conosco bene, glielo abbiamo dettato noi allo scrittore, ogni giorno con ogni grido e rissa delle nostre strade e pure lo stucco, tolto alle vetrate delle chiese, non è una novità. Leggi la via Paal, a me!
Quella diventa una settimana di lavoro, legno, bulloni e cuscinetti. Chiodi martello viti, unghia nere e bolle alle mani. Esce una carrozza.
Esce sottobraccio, non deve toccare terra per quanto è preziosa.
Una carrozza a cinque ruote.
Cinque ruote, cinque cuscinetti, sono il regalo del nonno fabbro meccanico.
Ci sono voluti tre giorni per mettere in ordine l’officina, a spazzare i trucioli taglienti del tornio, a distribuire le pezze ed ordinare le cinghie, a riempire gli oliatori, a cercare tra gli scarti ed ecco cinque cuscinetti perfetti; me li vedo: due due uno.
Provate a farlo girare: un dito dentro, un colpetto alla fascia esterna e parte velocissimo che a metterlo vicino l’orecchio provi la stessa ebbrezza dei futuristi.
Le tavole debbono essere giuste, quattro da sessanta centimetri larghe dieci.
L’innesto delle ruote deve essere perfetto, di precisione, niente gioco, si deve bloccare l’anello interno, a girare dovranno essere le palline lubrificate e l’anello esterno, se quello interno gira troppo si consuma l’asse e sei fregato.
Le ruote vanno montate a due a due, dietro a sei sette centimetri dal fondo, debbono sporgere di pochissimo, quelle davanti: uguale.
Non hai fatto quasi niente finora, quella era la parte più facile, ora bisogna progettare, realizzare e montare il manubrio. Una disperazione, una cosa seria, dove ti giochi tutto, dove ti fai male se sbagli di un millimetro, e tu nipote di un meccanico lo sai.
Non si è mai saputo chi ha inventato il primo manubrio, abbiamo guardato a lungo tutte le carrozze che sono passate, le abbiamo sezionate.
L’attacco dei manubri alle carrozze ci faceva dannare, dopo trenta discese si sbullonavano, dopo quaranta erano irrecuperabili, alla quarantaduesima Pinuccio si era fracassato un ginocchio, rotta la maglietta, ammaccata la spalla e piangeva sotto il marciapiede.
Il manubrio si era spaccato, capito? Spaccato!
E pure il cuscinetto si era aperto, sembrava un cuscinetto buono, ma Pinuccio non aveva il nonno meccanico! Ed a casa sul sangue, mazzate! Le palline di ferro di quel cuscinetto furono rubate immediatamente, ottime per le fionde.
I cuscinetti che montavo io non potevano cedere, ne andava della reputazione di mio nonno, due erano marcati RVK roba tedesca della guerra.
Per non mettere in difficoltà il nonno mi toccò realizzare la prima carrozza già perfetta. Perfetta e da cinque, non una cosa semplice come quelle carrozze leggere da tre ruote. A tre ruote ne giravano alcune, erano facili da costruire e da portare, ci facevamo fare i giri ai piccoli. Ma da cinque in tutta la strada ce ne erano solo due, due bestie da corsa.
Quando per via Gattini scendeva una carrozza da cinque la sentivi, fischiava rotolava urlava frenava, no! non si frenava quasi mai, si sbatteva duro contro il muro lì giù.
Se non c’erano mai stati i morti era perché eravamo tutti bravissimi a buttarci di lato all’ultimo momento. Niente morti, ma tante grida urla bravo rifallo - adesso tocca a me – controlla il manubrio - vibra, stringi quel bullone!
Scendere con le due carrozze era ancora più duro; il secondo lì in fondo sbatteva contro il muro passando sopra l’altra carrozza e questo era molto più pericoloso. Le carrozze da cinque portavano anche due passeggeri. Già per uno era piccola, per la velocità ti dovevi rannicchiare di lato, su di un fianco, stare basso, tenere stretto il manubrio, con i gomiti bloccati contro il petto, il freno era come se non ci fosse, non se ne parlava mai, non interessava.
Scendere in due era diverso, si stava seduti uno dietro l’altro, si teneva il manubrio da sotto le gambe con pure i piedi a sterzare, le ginocchia quasi in bocca, si andava più piano, ma a sbattere era comunque un dolore.
Non avevamo mai provato a scendere con tre carrozze.
L’effetto prodotto dalla mia carrozza nuova da cinque era stata subito di sfida.
Scendo nel cortile alle tre e dieci e dopo altri due minuti attorno alla mia carrozza ci sono tutti, tutti e quindici i piccoli teppisti di via Gattini e guarda caso ci sono anche Damiano e Cenzino con le loro carrozze da cinque.
Tocca, tira, fai girare quel cuscinetto, che razza di bullone hai messo, ed il nome? che nome ci metti? Non ci avevo proprio pensato al nome, bisogna scriverlo con un chiodo arroventato sul piano di dietro o sul manubrio.
Un buon nome potrebbe essere Martin’ come il mulo grande dei Giordano, quello tira sempre ed arriva primo anche con il traino con quaranta sacchi di grano. Oppure Adriana, la ricciolina della prima classe che non si può dimenticare, meglio Martin’, ‘ chè Adriana è da mezza femmina e poi mi fanno le domande.
La carrozza di Cenzino sembra davvero un mulo, un mulo vecchio con i solchi delle s’ddagne sui fianchi. E’ tutta rappezzata, c’ha pure dei pezzi di lamiera inchiodati a tenere le tavole, si vedono strisce vecchie di sangue, sotto i dadi ha quattro rondelle grosse, un filo di cuoio pende dietro come una coda, si chiama Razzo e quel nome sta inciso lungo profondo e rosso su tutto il manubrio. Non ha spigoli Razzo, è stato smussato dai muri e dagli alberi meglio che dalla cartavetro.
La carrozza di Damiano fa meno impressione, è precisa, ha fatto poche discese. Damiano è geloso. Sulla carrozza sempre e solo lui; toccatela pure, fate ruotare i cuscinetti, visto come è leggera? Ma non vi azzardate a salirci, chi ci mette un piede sopra: mazzate! La carrozza di Damiano non ha nome, ha una medaglietta. Una medaglietta con sant’Anna, di quelle piccole ovali di alluminio e con un buchetto sopra, giusto per un chiodo e per fissarla davanti sul piano. Andiamo!
dal fontanino alla curva in fondo e prima si gira per il forno.
Il passaggio dal forno è il momento più difficile; più difficile dell’arrivo.
Ci arrivi con tre quarti di discesa fatta, ci arrivi velocissimo. Bisogna piegarsi a destra, stretto, strusciare col gomito col culo col piede, rimettersi dritto, spingere di dietro e ripartire senza rallentare troppo. Al forno si sono rotte molte carrozze e alcune ginocchia.
Va bene! si fa così: si gira dal forno e fino in fondo, chi arriva…..arriva.
Le vedete le tre carrozze?
Allineate su in alto, in linea con il fontanino che non si sgarra di un centimetro.
Cenzino, Damiano ed io stesi, accucciati, le mani a stringere il manubrio, e per ognuno di noi uno dietro a spingere.
Prooontii?……Proonti! VVVAAAAiiii!!!
Le grida non le senti e tutti gridano, le vibrazioni non le senti e tutto vibra.
La carrozza fischia, distingui il sibilo ed il lamento di ogni cuscinetto, va bene Martin’, va bene. Siamo alla pari con gli altri, passiamo velocissimi davanti casa, se c’è zia sono morto!, zia non c’è, veloce, ecco la curva del forno, sono davanti, Martin’ vuole vincere la prima corsa ed anche io, gli altri dietro, almeno tre metri.
Al forno mi piego, struscio col gomito col culo col piede, continuo a strusciare con tutto, io sono per terra velocissimo, la carrozza è finita più avanti.
Che dddooloore! Vince Cenzino.
Damiano si è fermato contro la mia carrozza proprio dentro il forno, il fornaio gli vuole bruciare la carrozza, si arrabbia e gli molla due calci.
Martin’ non si è fatto quasi niente, ha solo le prime smussature. E’ colpa mia mi sono piegato troppo, ho troppo sangue che esce da molte parti, anche dalla chiappa, il pantaloncino distrutto. Dai vieni che ti portiamo a casa. Dopo, a casa dopo! Prima al fontanino che mi debbo lavare, se vado a casa così chi se la sente la zia.
Al fontanino, la bacinella di sotto diventa tutta rossa, “tienimi la carrozza, nascondila, che se la trova mio nonno, la spezza!”, vado a casa, speriamo che dormano ancora.
No! Non dormono, abbiamo fatto troppo chiasso per strada con le carrozze e tutto il resto, che persino la nonna si è svegliata e vuole sapere cosa è successo. La zia è sulla porta, piccola e pallida ora; allora…1958, grande e agitata.
Che ti sei fatto? Che hai combinato? Siete tutti delinquenti! Dove ti sei ridotto così? Mo’ che lo sa tua madre! In collegio! ti mando in collegio! tua madre fa bene se ti manda in collegio! Ma che ti sei fatto? E tutto questo sangue? E’ tuo questo sangue? Quel figlio! Ti fa male? Dove ti fa male?
Un po’, qua, fa male qua, anche la gamba, nooohh! Non è un taglio quello, è un graffio. Però!…. sembra un taglio. E pure dalla testa il sangue, che non me ne ero accorto. Quel figlio! Ti fa male? e se ti fa male: bum bott!
Cronaca dell'estate 1958
Bum bott = ben ti sta = così impari = hai visto cosa succede?, et similia.